La cioccolata, alimentazione puo cusare infiammazione alla prostata

Il Giornale della Previdenza dei Medici e degli Odontoiatri

Il professor Carlo De Dominicis si è laureato presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università “La Sapienza” di Roma ed ha conseguito la Specializzazione in Urologia con il Prof. Ulrico Bracci.

– Professor De Dominicis, quali sono le indagini che avete a disposizione per fare diagnosi precoce di tumore della prostata?

E’ divenuto Professore Associato prima e Professore Ordinario poi presso l’Università “La Sapienza” di Roma ed è attualmente responsabile dell’Unità Operativa Complessa di Urologia e Tecniche Mininvasive.

Tumore della prostata, PSA e nuovi marcatori

Nonostante le nuove tecniche spetta all’urologo decidere il migliore iter per ogni singolo paziente. È fondamentale conoscere non solo le nuove tecniche diagnostiche a disposizione ma soprattutto le caratteristiche ed i limiti di ognuna di esse

– La ricerca e il progresso tecnologico sicuramente non si fermano. Negli ultimi anni anche nel campo della diagnostica per immagini si è cercato di migliorarne l’accuratezza ed in questo senso l’indagine da considerarsi più affidabile è la RMN della prostata con studio spettroscopico e dinamico. Le immagini alla RMN della prostata sono molto definite, ma da sole non distinguono con sufficiente validità una neoplasia da una infiammazione, fibrosi o iperplasia della prostata. Il vantaggio di questa metodica è di associare alla valutazione per immagini uno studio metabolico della prostata (spettroscopia) ed uno della sua vascolarizzazione (studio dinamico). Lo studio spettroscopico valuta la concentrazione nella prostata di tre sostanze: il citrato che è presente nella prostata normale; la creatina che può aumentare nella flogosi e in tutti i processi proliferativi; la colina, più specifica in caso di trasformazione neoplastica. Il risultato è un grafico che diventa caratteristico nel distinguere un sospetto di neoplasia da uno di flogosi o ipertrofia.

– Ad oggi gli strumenti diagnostici principali usati includono l’esplorazione digito-rettale della prostata (DRE), l’ecografia transrettale e il PSA. La DRE deve costituire sempre il primo approccio diagnostico e ha lo scopo di apprezzare la forma, la consistenza, la dolorabilità e approssimativamente il volume della ghiandola, nonché la presenza di noduli sospetti. L’ecografia transrettale assolve principalmente il compito di evidenziare aree ecograficamente dubbie e migliorare l’accuratezza della biopsia prostatica, che rappresenta la sola indagine che permette di fare diagnosi certa di neoplasia. Il PSA costituisce ad oggi ancora il marcatore sierico più utilizzato. E’ una glicoproteina prodotta quasi esclusivamente dalle cellule epiteliali della prostata e, dato fondamentale, costituisce un marcatore d’organo e non di cancro; pertanto un’elevazione dei suoi valori può presentarsi anche in presenza di altre patologie prostatiche (Iperplasia Prostatica Benigna, prostatiti). Nei primi anni dell’uso clinico del PSA le principali linee guida internazionali avevano adottato un valore soglia di 4 ng/ml, poi abbassato da alcuni Autori a 2,5 ng/ml. In realtà già da qualche anno è stato ampiamente dimostrato che non è possibile stabilire un valore soglia minimo che possa escludere con certezza la presenza di un carcinoma prostatico. Un noto studio statunitense (I.M. Thompson et al., N. Engl Med 2004) condotto su circa 3000 uomini ha evidenziato un rischio di neoplasia di circa il 25% per valori di PSA tra 2 e 4 ngfml e di circa l’8% per valori inferiori a 1 ng/ml. Quindi abbassando il valore di riferimento del PSA si assiste ad un aumento della diagnosi di nuovi casi di neoplasia prostatica, ma con un aumento anche d’incidenza di tumori non significativi, la cui storia naturale non incide sulla sopravvivenza. Pertanto il PSA mostra una bassa specificità diagnostica e risulta scarsamente affidabile per selezionare i tumori clinicamente significativi. Per questo motivo nel corso degli anni si è tentato di migliorare la specificità del PSA con alcune sue varianti come ad esempio il rapporto tra PSA libero e totale, che trova il suo razionale nel fatto che le cellule prostatiche neoplastiche producono meno PSA nella forma libera rispetto alle cellule benigne; pertanto quanto più è basso questo rapporto tanto più aumenta il rischio di neoplasia. Per esempio quando il valore scende al di sotto di 0,10, il rischio di cancro prostatico è stimato del 56%. Negli ultimi mesi, tra le varie isoforme del PSA, ha suscitato un certo interesse il 2proPSA. Esso è un precursore del PSA libero ed è tipicamente associato al tessuto canceroso prostatico. L’utilizzo di questo marcatore permette di migliorare significativamente la specificità diagnostica del rapporto PSA libero/PSA totale nei pazienti con valori di PSA tra 2,5 e 10 ng/ml. Un recente studio (J. Brian et al., J. Urol, 2010) ha confrontato la specificità clinica del PHI (Prostate Health Index: p2PSA/PSA libero * radice quadrata PSA totale) e del rapporto PSA libero/PSA totale. Al 95% di sensibilità clinica, la specificità clinica del PRI per valori di PSA compresi tra 2,5 e 10 ng/ml è stata del 18,2% mentre quella del PSA libero/PSA totale del 6,6%, con un miglioramento della specificità diagnostica di circa tre volte.

Anno XVI – N° 9-2011

Gentile signora,
1) il cortisone è un ottimo farmaco con effetto antiinfiammatorio
2) l’effetto dipende dalla causa che provoca l’infiammazione
3) di solito si associa un antidolorifico

Questo, ovviamente, in generale.
Nel Suo caso specifico, a distanza, non è possibile dire se ci sono indicazioni chirurgiche o meno, ma Le posso dire di non abusare con i farmaci perchè i loro effetti collaterali possono essere più a rischio dei rischi, molto bassi, di un intervento.

Un ciao anche a Lei, cara signora!

Disponibile per eventuali ulteriori chiarimenti, invio cordiali saluti

Non esiste nessuna procedura al mondo né chirurgica né fisiatrica che possa far ripristinare il contenuto acquoso del disco intersomatico vertebrale.
Può darsi che io non ne sia informato, nonostante legga riviste scientifiche e partecipi a Convegni nazionali e internazionali, per cui se Lei chiedesse a chi Le ha detto della possibilità di una tale procedura, di inviarmi i riferimenti bibliografici sull’argomento, gliene sarei estremamente grato.

Gentile signora,
metodologie diagnostiche, tecniche chirurgiche, lo studio delle patologie e come curarle non sono il frutto di chi si sveglia un mattino e dice di aver trovato la terapia miracolosa.
Purtroppo di impostori ce ne sono, ma non è difficile scovarli.

Quindi dopo ogni studio, ogni fase sperimentale di una terapia, dopo aver messo a punto una tecnica chirurgica, i risultati vengono pubblicati su Riviste Scientifiche nazionali e internazionali con l’intento di informare e anche di stimolare discussioni e ulteriori ricerche.

I risultati di ricerche in ogni campo della Scienza e, quindi anche in medicina e chirurgia,dopo un rigoroso vaglio della Comunità Scientifica, vengono discussi, pubblicati, presentati ai Congressi e successivamente utilizzati nella pratica clinica.

Detto questo, è opportuna avvisarLa che i farmaci, in questo caso, curano i sintomi, ma non la causa e se la causa è, per esempio, un’ernia discale che comprime una o più radici lombari che vanno a costituire il nervo sciatico, è su di essa che bisogna intervenire.
Poichè un’ernia si comporta come una massa compressiva, la soluzione, in genere, è chirurgica.

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